Interessanti articoli scritti da Maurizio D’Alessandro

L’Ing. Zambonini presidente dell’A.S.T.a V. ci ha inviato la mail che riportiamo di seguito

allegati a questa e-mail trovate tre articoli in formato .pdf scritti dal nostro Presidente Maurizio d’Alessandro e pubblicati sulla nuova rivista mensile BiblioInventa nei mesi di Gennaio, Febbraio e Marzo 2013.
Li potete trovare anche sul sito www.biblioinventa.it nella rubrica "Sotto i nostri occhi".
Due riguardano le strutture militari di difesa di Verona, il terzo il Teatro Romano visto soprattutto nella sua riscoperta per opera del nostro concittadino Andrea Monga, purtroppo entrato nel dimenticatoio.
Li ho trovati interessante e spero quindi che siano anche di vostro gradimento

Un cordiale saluto

                  ing. Alessandro Zambonini
               presidente onorario A.S.T.a V.
Associazione "Scienza e Tecnica a Verona" 

1° articolo –

Il bastione… sconosciuto: la rondella delle Boccare
Scritto da  Maurizio D’Alessandro 

È lì da 500 anni e quindi, data la venerabile età, dovrebbe essere nota a molti veronesi, se non a tutti. Al contrario, è praticamente la struttura militare conosciuta solo dagli “addetti ai lavori”, tra le numerose opere edificate all’interno e attorno alla città e sulle colline, in un tempo scandito dai secoli, al fine di realizzare un sistema difensivo che avrebbe reso Verona difficilmente espugnabile.

Eppure si trova in una zona molto frequentata, anche se al di fuori del
centro storico, vicinissima alla chiesa di Santo Stefano e a nord di uno
dei quartieri più antichi della città.
Forse, a rendere poco visibile la struttura veneziana, nonostante le sue considerevoli dimensioni, sono stati i lavori per migliorare la viabilità e l’assetto del quartiere della Valdonega, iniziati già a partire dagli anni Trenta e ultimati nei Sessanta, che l’hanno in buona parte interrata e mascherata.
Sto parlando del bastione noto come “rondella delle Boccare”, una costruzione realizzata negli anni 1520-1522, incastrata, si può dire, nel muro scaligero che scende dalla collina e che caratterizza, associato al grande vallo, l’area delle Torricelle. È un’opera di tutto rispetto, sia per le dimensioni che per l’eleganza architettonica del manufatto. Venne progettata all’inizio del Cinquecento, quando Venezia iniziò un lavoro di radicale ripresa delle opere di fortificazione nell’area limitrofa alla città, dato che le vecchie cinte scaligere non davano più affidamento, a seguito dell’evoluzione degli armamenti. Nel 1509, però, quando era appena partito il piano di ristrutturazione delle difese con lavori di ampliamento di Castel San Felice, Verona fu assalita e cadde sotto il potere dell’imperatore Massimiliano d’Austria. Dopo la pace di Noyon, nel 1517, Verona tornò sotto la Serenissima e iniziò così il rinnovamento delle difese militari: le vecchie strutture si erano rivelate assolutamente inadeguate e inadatte alle nuove tecniche dell’arte militare.
In questo contesto si inserisce anche la costruzione del maestoso e ingegnosissimo bastione delle Boccare, una delle strutture circolari realizzate in quel periodo, senza dubbio la più grande e più elegante. Al tempo numerosi furono gli ingegneri militari coinvolti nell’opera fortificatoria, molti dei quali oggi sconosciuti, in quanto i loro nomi non vennero tramandati.
È sconosciuto anche l’autore delle Boccare; negli anni Sessanta si ipotizzarono i nomi di Michele Leoni e Teodoro Trivulzio, anche se studi successivi tendono ad escludere il Leoni, in quanto stilisticamente lontano dalle forme del bastione stesso. Strano destino, quello del bastione delle Boccare, dimenticato e di autore sconosciuto.
La costruzione dei bastioni circolari occupa un breve periodo nell’evoluzione bellica delle fortificazioni, nemmeno un decennio, dal 1520 al 1527, anno in cui si realizzano opere poligonali, quali il grande bastione delle Maddalene (1527) presso porta Vescovo, primo esempio di opera poligonale a Verona, un tempo attribuito al Sanmicheli e ora, con maggior certezza, riferito proprio a Michele Leoni, visto che il Sanmicheli iniziò la sua carriera di ingegnere militare a Verona solo dopo il 1530.
Le dimensioni dell’opera militare delle Boccare sono di tutto rispetto: lo spessore dei muri perimetrali, realizzati in cotto, è m 8,50 e il diametro esterno di m 53 circa
; oltre 35 m il diametro interno del grande vano, sostenuto da un pilone centrale di m 8,35 di diametro, con altezza della volta anulare a m 8,20. Il grande portale d’accesso, realizzato in bugnato, misura m 4,77 di larghezza e 7,00 di altezza. Per definire subito la forma della struttura interna si può pensare ad un gigantesco stampo da ciambelle, rovesciato. Lo spaccato della rondella è riportato in uno schizzo dovuto alla felice mano di Gianni Ainardi (scomparso nel maggio 2012), che ha realizzato infiniti disegni dell’evoluzione storico-militare della città.
Rondella della cinta magistrale di Verona, ultimo baluardo del sistema difensivo veneziano, il bastione ha ancora l’emblema di  Pietro Marcello, capitano a Verona tra il 1520 e il 1522. Ha probabilmente assunto il nome di bastione o rondella delle Boccare in riferimento alle 4 ampie aperture ellittiche presenti nella volta della rondella per lo sfiato dei fumi di sparo; più certo è il riferimento alle 4 boccare (cannoniere) semiovali che si aprono contrapposte alla base del muro perimetrale, che operavano il tiro di fiancheggiamento lungo il fossato scaligero già esistente.
Una così grande costruzione ha una storia bellica insignificante: sembra che da essa non vennero mai sparati colpi di cannone e l’opera si dimostrò in brevissimo tempo inadeguata al rapido mutamento delle tecniche belliche. Oggi, a ripensarci, verrebbe da dire… una spesa inutile e pazzesca! Va fatta una considerazione circa l’inutilizzo della rondella. All’interno del vano circolare si realizza un’acustica incredibile e perfetta, si crea addirittura un effetto eco, viste le dimensioni interne. Un colpo di cannone sparato da una delle 4 boccare semiovali avrebbe con ogni probabilità fatto saltare i timpani ai soldati presenti.
Ma proseguiamo col racconto. Dopo la caduta della Serenissima e il breve periodo napoleonico, (quando Napoleone, nei primi anni dell’Ottocento, iniziò l’opera di demolizione di molte fortificazioni veronesi, suscitò la fiera protesta e l’accanita opposizione della nobiltà veronese alla distruzione della rondella delle Boccare; per fortuna Napoleone tornò sulle sue decisioni) Verona è in mano austriaca fino al 1866. Intorno al 1840 venne avviato il restauro e la ristrutturazione della rondella. Col restauro ottocentesco la piattaforma superiore venne coperta da uno strato di terra battuta; venne costruita una polveriera, sotto il terrapieno, accanto al portale di ingresso, e venne realizzata una banchetta per i fucilieri, inserita nella parte alta del muro circolare che segue la curva della rondella, allo scopo di controllare la fascia collinare della Valdonega. Durante l’occupazione austriaca il bastione delle Boccare rappresenta un ottimo spazio coperto e sicuro, a prova di cannonate, e data l’ampiezza interna del pianoterra, circolare, viene utilizzato per far muovere i cavalli, facendoli trottare lungo la circonferenza, che ha uno sviluppo di oltre 100 metri.
La storia va avanti… nel 1932, durante il Ventennio fascista, viene costruito, con poco rispetto per la struttura veneziana, un grande complesso ospedaliero, che diventerà la Maternità di Verona. La nuova costruzione sorge proprio davanti al bastione, coprendolo totalmente alla vista e iniziando quel lento cammino che gradualmente porterà verso l’oblio il complesso veneziano. Una decina di anni dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’agosto 1943 viene redatto un progetto per realizzare un rifugio antiaereo atto ad ospitare i degenti e il personale dell’ospedale, con lo scavo di una galleria all’interno del muro perimetrale veneziano, spesso oltre 8 metri, più altre strutture quali forno da pane, gabinetti e stanze di accoglienza per i rifugiati. Nel settembre 1944 l’Amministrazione degli Istituti Ospedalieri redige un nuovo progetto dettagliato, in cui si prevede la costruzione di una sala operatoria, pronto soccorso, degenza operati, degenti maternità e reparto per il pubblico. Altre varianti saranno proposte nel marzo 1945, ma il progetto non verrà mai completato per il concludersi della guerra.
Qualche tempo dopo, con un intervento della Soprintendenza, viene rimossa la gran parte dei muri divisori e il bastione viene restituito alle forme interne originali.
Infine, nei lavori svolti a partire dai primi anni Sessanta, per la viabilità nel quartiere e per la costruzione di un campo giochi per bambini e di impianti sportivi (già in parte esistenti prima della guerra) si procede al parziale riempimento del fossato scaligero, seppellendo letteralmente il pianoterra del bastione, che oggi è visibile solo dall’interno. Poi il tempo, la vegetazione e la poca sensibilità hanno fatto si che oggi chi transita da via Ippolito Nievo nemmeno si accorge della presenza del bastione.
Ma qualcosa si muove. Nella primavera 2012 viene presentato un progetto di riqualificazione della struttura veneziana, promosso dall’Associazione Polisportiva Nievo, che già occupa una parte del fossato, a contatto con la rondella. C’è da sperare che il progetto restituisca sia ai veronesi che ai turisti un monumento di estremo interesse nell’ambito delle fortificazioni cinquecentesche, senza farlo diventare una struttura commerciale.

2° articolo –

Il forte …dimezzato
Scritto da  Maurizio D’Alessandro

Davanti ci passiamo spesso, chi per raggiungere l’ospedale, chi per attraversare la città senza incanalarsi nella circonvallazione a Sud. Ma non ci facciamo caso e l’unica cosa che realizziamo è il traffico e la strozzatura di porta San Giorgio (che in realtà si chiama porta Trento). Ma è lì, silente, esteso incredibilmente su una vasta area, per gran parte ignorato dai veronesi. Forse perché è una presenza…austriaca e molti ricordano questo scampolo di storia d’Italia solo come un periodo di occupazione, mal tollerata dal popolo.

Sto parlando del bastione di San Giorgio o, come comunemente viene chiamato, forte San Giorgio. Una struttura molto complessa, realizzata durante il periodo austriaco, nel corso della trasformazione di Verona in città-fortezza, caposaldo del famoso Quadrilatero, pochi anni prima dell’inizio delle guerre d’Indipendenza, che avrebbero portato all’Unità d’Italia.

Il forte venne ultimato in circa 18 mesi, tra il 1836 e il 1838, con il lavoro sia di maestranze militari austriache che di cittadini veronesi, assoldati alla costruzione del complesso militare. Era un’opera decisamente complessa e articolata, estesa fino al di là del muro veneziano e con molteplici strutture difensive. Il corpo principale era su due piani, costituito da una traversa casamattata (a prova di cannonate) posta grossomodo perpendicolare al fiume. La si può vedere molto bene passeggiando sul lungadige tra ponte Garibaldi e ponte Pietra, realizzato durante il periodo fascista negli anni 1934-36. Le altre strutture sono dislocate all’intorno e oggi risultano scarsamente leggibili ad un occhio poco attento. La mappa austriaca, rielaborata a colori per facilitare la lettura, fornisce una visione dettagliata di tutta la struttura.

Il forte, oggi come ieri, è letteralmente… in città. Venne posizionato in quest’area per assolvere ad importanti compiti: difesa ravvicinata della città sul lato N-E; controllo del fiume mediante due cannoniere, in caso di attacco con natanti; controllo della porta veneziana di accesso alla città e della Strada Postale per il Tirolo, ovvero la via che porta verso Parona e poi a Trento. Durante le guerre d’Indipendenza il forte non ebbe mai il battesimo del fuoco; rimase quindi intatto.

Ma la Storia va avanti… Verona, tardivamente, passa sotto il Regno d’Italia e dopo il 1866 la città si trova circondata e occupata da numerose strutture militari. Molte saranno utilizzate dall’Esercito Italiano, altre verranno radiate e molto spesso demolite, anche per la crescita stessa della città. Il nostro forte supera indenne questa fase, rimanendo pressoché uguale anche nelle parti in terra – lo documenta una foto del 1917, con i terrapieni ancora presenti sugli spalti.

Ma lo attende un destino avverso.
Negli anni del ventennio fascista si pone mano a molte opere di miglioramento della città stessa e al reimpiego delle vecchie strutture militari non più utilizzate. Nella zona di forte San Giorgio, tra il 1930 e il 1932, viene realizzata una struttura sportivo-ricreativa, Il Giardino della Vittoria, che ospita campi da tennis, uno spazio per pattinaggio e uno per il ballo.
Nella traversa del forte si ricavano spazi per un ufficio-spogliatoio per il tennis, si aprono porte e finestre modificando il muro originale; nella poterna d’ingresso si realizza una scala che sostituisce la pontara inclinata che facilitava l’entrata dei cannoni, montati su affusti con ruote.

Qualche anno dopo, nel corso della sistemazione degli argini del fiume, specie in riva sinistra, tra il 1933 e il 1936 vengono realizzati i lungadigi (quelli inclinati di circa 45°), che ora si prolungano da Parona fino a Castelvecchio e da ponte Garibaldi a ponte Pietra (quest’ultimo chiamato Lungadige del Littorio).

E il forte subisce la seconda violenza…: il piano campagna originario viene modificato, alzandolo di 2 – 3 metri; tutto il piano-terra della struttura finisce interrato e sparisce alla vista.
Non solo: nell’ottica di rendere il più possibile… elegante la passeggiata sul lungadige, si abbatte il muro del forte sul lato N-E, muro che chiudeva a fiume lo spazio interno del campo militare del forte. Della porta d’ingresso Nord, costruita in grossi blocchi in pietra e con un elegante arco, impiegando la tecnica del “bugnato” cara al Sanmicheli, resta un misero moncone, che si confonde con la vegetazione, cresciuta nel frattempo. Si abbatte anche parte del muro a fianco della torretta-cannoniera, per realizzare a fiume una terrazza-belvedere.

Ma non finisce qui.
Durante la Seconda Guerra Mondiale Verona, nodo ferroviario importante e crocevia sia nord-sud (da e per il Brennero) che est-ovest, viene bombardata pesantemente in quanto definita “bombing area” dagli eserciti americano e inglese. Nella seconda metà del conflitto, nei primi mesi del 1943, il forte e in particolare i sotterranei (galleria di controscarpa) sono adibiti a rifugio antiaereo, con una capienza di circa 500 posti. All’interno della galleria si costruiscono traverse in pietra, per smorzare l’eventuale onda d’urto generata dallo scoppio delle bombe e si apre un passaggio nel vallo stesso, per facilitare l’ingresso e l’uscita dal rifugio.

Finita la guerra, il forte diventa alloggio di fortuna per sfollati e senza casa. Ma l’utilizzo come alloggio-casa si prolunga oltre ogni dire e nel 1955 c’è ancora una famiglia che “abita al forte”. Ne è testimonianza un numero civico (il 4) ancora murato presso l’ingresso, ora sepolto.
Proprio per eliminare il problema di occupazioni abitative abusive si procede all’ultimo atto di… sepoltura del forte. Tra il ‘55 e il ’56 il fossato viene in buona parte interrato (vedi foto), per occludere ogni potenziale ingresso, occultando così tutta la struttura della galleria, già coperta dal terrapieno dei giardini Lombroso; le parti lungo le mura sono state fatte… sparire con la nuova viabilità. In via Ippolito Nievo, è stato interrato il fossato scaligero-veneziano e parte dell’area adiacente: sotto alcuni metri di terra sopravvive ancora la casamatta Nord del forte, come si può facilmente vedere dalla mappa austriaca.

E ora risulta chiaro il significato del titolo: il forte… dimezzato.

Tutto il piano-terra delle strutture austriache si trova coperto da alcuni metri di terra ed è visibile solo dall’interno. Sarebbe un sogno pensare che si provveda allo sterro ed alla messa in luce di almeno una parte di quanto sepolto, allora certamente con buone intenzioni, ma con un intervento oggi assolutamente discutibile, alla luce delle nuove tendenze sul recupero storico-culturale dell’esistente.
Per il momento, grazie al contributo del gruppo scout A.G.E.S.C.I – Verona 10, il forte è visitabile anche nei sotterranei (divenuti tali) la mattina di ogni seconda domenica del mese.

3° Articolo  

Il teatro… che non c’era
Scritto da  Maurizio D’Alessandro

Intorno alla seconda metà dell’Ottocento, chi si fosse trovato a transitare lungo l’Adige, a piedi o in carrozza, dalla ex-chiesa del Redentore (soppressa nel 1806, sconsacrata e trasformata in teatro, cinematografo e oggi in pizzeria) verso Ponte Pietra, avrebbe visto una lunga serie di caseggiati, qualcuno un po’ fatiscente, allineati alla base della collina di Castel San Pietro.

La striscia di case era interrotta da una piccola piazzetta sub-circolare che,in lieve pendenza, saliva verso la chiesetta di San Siro e Libera, già edificata nel X secolo e successivamente modificata e ampliata a partire dal XVII secolo, durante il periodo veneziano. Intorno al 1700 alla facciata venne aggiunta una doppia scalinata in marmo,che la raccordava alla piazza mediante quattro rampe.
Due secoli dopo, intorno al 1890, l’accesso alla piazzetta era stato modificato con la realizzazione di una serie di scalinate, due parallele alla strada e contrapposte, la terza dritta verso collina, a guisa di cortina di separazione tra la viabilità sul lungadige e la sacralità del luogo.

E il Teatro Romano?
Il teatro non c’era, o meglio c’era ma quasi nessuno lo sapeva e forse chi lo sapeva faceva finta… di non saperlo.

L’antica struttura originale romana, attribuibile alla seconda metà del I secolo a.C., aveva subito nel corso dei secoli sia spoliazioni sia crolli e ciò che era rimasto era stato lentamente coperto da nuove costruzioni, che finirono per occultare completamente il teatro agli occhi dei veronesi.
A dire il vero, qualcuno si era reso conto che qualcosa si celava sotto le case. Un certo G. M. (forse Gian Maria) Fontana, proprietario di parte dell’area sotto la qualesi celava il teatro, a seguito della scoperta casuale di alcuni reperti antichi venuti alla luce durante dei lavori, iniziò una prima fase di scavi intorno alla metà del Settecento
(la casa Fontana oggi è il piccolo edificio utilizzato come ingresso-portineria del teatro).
La ricerca però si arresta e trascorre più di mezzo secolo prima che qualcun altro, cosciente di cosa si nascondeva sotto le case e spinto da un ‘sacro furore culturale’, decidesse di impiegare le proprie ricchezze e dedicare la vita a mettere in luce i resti del Teatro Romano, restituendo alla città la grandezza e le memorie storiche e culturali del colle di San Pietro.

Questo qualcuno è un veronese il cui peso storico, per ironia della sorte, ricalca un po’ le vicende del teatro, ovvero viene quasi del tutto dimenticato: Andrea Monga.
Il Monga (1794-1861) possiede una particolare predisposizione per l’arte e l’architettura, tanto che fin da giovane si dedica all’edilizia, alle costruzioni e al patrimonio storico-culturale della città: uno dei primi interventi è finalizzato al recupero della cappella di Sant’Elena, presso la chiesa di Santa Maria in Organo, allora quasi sepolta da altri edifici.
Proveniente da un’agiata famiglia di commercianti e proprietario di alcuni immobili sull’area dell’antico teatro, acquista alcune case adiacenti allo scopo difareseguire degli scavi sistematici.

È il 1834: l’anno successivo iniziano i saggi di scavo.
Incoraggiato dai primi risultati, impiega il suo capitale per successivi acquisti, per un totale di circa 40 abitazioni (il numero esatto sembra essere 36). I lavori si protraggono per un decennio, fino al 1844: dopo l’abbattimento delle casette sorte sull’area, inizia lo scavo che scopre e restituisce la grande intercapedine che separa il complesso del teatro dalla collina, ritrova all’interno del convento dei Gesuiti i resti dell’ambulacro, riporta alla luce i due scaloni laterali, parte della cavea e dell’Odeon, edificio simile ad un teatro, ma coperto e riservato ad audizioni musicali, posto in piazzetta Martiri della Libertà. Individua inoltre la funzione di raccordo tra le recinzioni della scala posta nella grotta di San Siro.
Un lavoro che, riferito al tempo, può definirsi ciclopico. In questo suo vasto operato, il Monga presenzia sempre agli scavi e ne rileva i disegni e gli stati di avanzamento dei lavori. Prezioso è anche l’aiuto di Gaetano Pinali, un avvocato veronese appassionato di architettura e archeologia.
In quest’opera colossale e decisamente onerosa, il Monganon ottiene l’aiuto di alcuno (salvo il Pinali), anzi, viene spesso ostacolato dalla popolazione, che si vedeva cacciata dalle proprie abitazioni e non comprendeva, anche per lo scarso senso civico, unito a poca o nulla cultura, l’opera che il munifico commerciante portava avanti con tenacia e passione. In questo contesto, gli elogi ricevuti da illustri studiosi e archeologi italiani e stranieri non riescono ad evitargli le infinite contrarietà e quello scoramento che lo consumano e ne incrinano la forte tempra.
Dopo aver profuso i suoi sforzi nel recupero culturale della città e aver impiegato a tal scopo le sue ingenti ricchezze e le sue energie, Andrea Monga muore per una polmonite nell’aprile del 1861, a circa 67 anni. La cittadinanza ignora la sua scomparsa: solo tre cittadini accompagnano il feretro all’ultima dimora: il professor Franco, l’ingegner Storari e l’architetto Zannoni.Uno scrittore che ebbe modo di conoscere Andrea Monga, Pietro Sgulmero, scrisse che la sua era «una di quelle spese ingenti che facevano i Principi di una volta e che fanno di rado i governi d’oggi».
La scomparsa del mecenate, fortunatamente, non blocca i lavori e le ricerche sul teatro: il figlio del Pinali, Francesco, dopo la scomparsa del padre, prosegue l’opera fino al 1884, anno della sua morte
.
Questa volta i lavori si fermano per davvero. Sarà il Comune di Verona, grazie all’amministrazione Guglielmi-Franchini e all’aiuto prezioso della Cassa di Risparmio, a continuare il lavoro iniziato quasi due secoli prima dal Fontana e poi dal Monga. Nel 1904 il Comune acquisisce dagli eredi di Andrea Monga l’intera area teatrale e gli altri edifici che v’insistevano, come pure la collezione archeologica dei reperti ritrovati, con elementi architettonici e decorativi della scena teatrale ed epigrafi.
I lavori di scavo riprendono nel biennio 1904-1905 sotto la guida di Ricci e Ghirardini, con la messa in luce dell’intera cavea e proseguono fino al 1914, sotto la direzione dell’Ufficio Tecnico Municipale. Vengono ricomposte la prima gradinata e le dieci arcate della loggetta.
Più tardi (fine degli anni Trenta) viene scavata la fossa scenica, definita per intero negli anni 1970-1971.

E il Teatro Romano ritorna a vivere…

Il Teatro Romano su wikipedia

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