ARSENALE DI VERONA

Un cortese utente ci fornisce degli aggiornamenti importanti sull’annosa vertenza Arsenale

Testo del messaggio :
Buongiorno, da ex  borgotrentino non ho mai smesso di tenermi in contatto con il comitato arsenale. E’ stato fatto un passo importantissimo, anzi fondamentale con la lettera che la Soprintendenza per i beni architettonici di Verona ha inviato al comune, il quale ha esattamente, come dice il codice dei beni culturali, 30 giorni di tempo per ottemperare alle disposizioni ivi contenute e cioè: la messa in sicurezza delle parti pericolanti o comunque pregiudizievoli della pubblica incolumità.
E’ un momento particolarmente complesso e delicato, in cui occorre molta prudenza, ed ora si rende necessario attendere gli sviluppi futuri.
Sarebbe auspicabile, in tale frangente, che le parti si  dimostrassero ambedue collaborative per la risoluzione della annosa vicenda, e porre in essere tutte quelle azioni, necessarie per il recupero definitivo del complesso, senza ulteriori indugi.
Nelle occasioni che ho avuto di entrare dentro per brevi visite ed in occasione di mostre, ne sono uscito con rabbia e desolazione, ma sempre con la ferma convinzione che qualcosa si poteva fare;
Yes we can per dirla alla Obama e finalmente si è avuta la conferma che finalmente con la principale legge dello Stato a tutela del nostro patrimonio storico artistico (veronese intendo), mai applicata fino ad ora, qualcosa si sta muovendo per il giusto verso.
Comunque sia, il passo più importante, è quello che permetterà finalmente, a vantaggio della collettività tutta, cui l’arsenale appartiene, di evitare lo storno, nel 2015, dei 12 milioni di euro dell’arsenale col nuovo bilancio.
Attendiamo gli eventi fiduciosi, il clima sembra già più sereno, ma occorre sempre essere vigili al fine di evitare brutte sorprese.
Ringrazio anticipatamente per la cortese attenzione.
Un amico

Considerazioni di un utente

Lettera firmata del 30/12/2013

… e alla fine di tutto, contro ogni logica civica e culturale, ci restituiranno uno spazio di plastica, un giardino di plastica, e le suggestioni che l’arsenale ci regala oggi, in ogni stagione, saranno anch’esse plastificate. Ma vi sembra giusto subire questa violenza da chi ci governa e dice di volere il bene dei cittadini. I CITTADINI siamo noi.


…ma avete visto come si è ridotto l’arsenale spostando il parcheggio lungo le mura di viale della repubblica?
Dove c’era l’erba c’è uno strato di fango di dieci centimetri, e ogni giorno le auto peggiorano la situazione.
L’erba non ricrescerà mai più. Perchè meravigliarsi, i nostri amministratori ci insegnano ogni giorno che preferiscono lastricare tutto il possibile con le pietre delle cave degli amici, ma odiano il verde. Avete visto che hanno potato gli olivi di piazza Isolo a forma di uovo. Gli OLIVI non vanno potati così, è un’offesa per i cittadini che non sono proprio tutti così ignoranti.

Segnalazione utente: caos parcheggi.

Buongiorno, ma possibile che abbiano spostato parte del parcheggio SABA nelle due porzioni nord dell’Arsenale? Le due, ora strade, con tanto di guaina e stabilizzato, ali a nord sono ora adibite a parcheggio pubblico (credo non abbiano ancora i requisiti per chiedere il pedaggio ma ci stanno lavorando).Per entrare ed uscire usano il varco pedonale, già stamattina c’era un signore con suv che suonava perchè una mamma con due bimbi piccoli sui monopattini non lo facevano passare velocemente…Sono allibito…
Cordiali Saluti (lettera firmata.)

 Redazione:

Se abbiamo capito bene questa dovrebbe essere la nuova collocazione del park SABA

 

Segnalazione utente sulla situazione in via Gazzera

Con lettera firmata ci vengono ancora segnalati disservizi su Via Gazzera.

Un altro utente aveva esposto il problema qui

Ho letto solo oggi la nota
dell’ufficio stampa del comune a proposito della
eliminazione dei parcheggi in Via Gazzera.
La via in effetti in alcuni punti e stretta mentre
in altri consente il parcheggio e il passaggio di
più auto, invece sono stati eliminati decine di
posti auto solo per la protesta di alcuni
abitanti. Più ragionevole sarebbe un senso unico.
La risposta poi che verranno dei posti
all’arsenale e ridicola in quanto Via Gazzera
dista almeno un chilometro dallo stesso.
Sarebbe opportuno quindi un intervento della
circoscrizione per consentire il parcheggio magari
con strisce blu. Grazie

Segnaliamo il fatto sperando possa trovare una soluzione

L´asino e il contadino

Un incoraggiante scritto inviatoci da un visitatore del sito

Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male,
ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente
per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo
e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si
rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto
vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in
qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del
villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al
rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì
le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi,
con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra,
l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di
guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il
contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, L’asino
si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e
ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra,
saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla,
gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e
cominciò a trottare felice.
Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire
più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso
l’alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci
condurrà verso l´uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo
risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se
nessuno ci da una mano per aiutarci.
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra.
Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo
consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e
nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché
essa può costituire la soluzione e non il problema.

Interessanti articoli scritti da Maurizio D’Alessandro

L’Ing. Zambonini presidente dell’A.S.T.a V. ci ha inviato la mail che riportiamo di seguito

allegati a questa e-mail trovate tre articoli in formato .pdf scritti dal nostro Presidente Maurizio d’Alessandro e pubblicati sulla nuova rivista mensile BiblioInventa nei mesi di Gennaio, Febbraio e Marzo 2013.
Li potete trovare anche sul sito www.biblioinventa.it nella rubrica "Sotto i nostri occhi".
Due riguardano le strutture militari di difesa di Verona, il terzo il Teatro Romano visto soprattutto nella sua riscoperta per opera del nostro concittadino Andrea Monga, purtroppo entrato nel dimenticatoio.
Li ho trovati interessante e spero quindi che siano anche di vostro gradimento

Un cordiale saluto

                  ing. Alessandro Zambonini
               presidente onorario A.S.T.a V.
Associazione "Scienza e Tecnica a Verona" 

1° articolo –

Il bastione… sconosciuto: la rondella delle Boccare
Scritto da  Maurizio D’Alessandro 

È lì da 500 anni e quindi, data la venerabile età, dovrebbe essere nota a molti veronesi, se non a tutti. Al contrario, è praticamente la struttura militare conosciuta solo dagli “addetti ai lavori”, tra le numerose opere edificate all’interno e attorno alla città e sulle colline, in un tempo scandito dai secoli, al fine di realizzare un sistema difensivo che avrebbe reso Verona difficilmente espugnabile.

Eppure si trova in una zona molto frequentata, anche se al di fuori del
centro storico, vicinissima alla chiesa di Santo Stefano e a nord di uno
dei quartieri più antichi della città.
Forse, a rendere poco visibile la struttura veneziana, nonostante le sue considerevoli dimensioni, sono stati i lavori per migliorare la viabilità e l’assetto del quartiere della Valdonega, iniziati già a partire dagli anni Trenta e ultimati nei Sessanta, che l’hanno in buona parte interrata e mascherata.
Sto parlando del bastione noto come “rondella delle Boccare”, una costruzione realizzata negli anni 1520-1522, incastrata, si può dire, nel muro scaligero che scende dalla collina e che caratterizza, associato al grande vallo, l’area delle Torricelle. È un’opera di tutto rispetto, sia per le dimensioni che per l’eleganza architettonica del manufatto. Venne progettata all’inizio del Cinquecento, quando Venezia iniziò un lavoro di radicale ripresa delle opere di fortificazione nell’area limitrofa alla città, dato che le vecchie cinte scaligere non davano più affidamento, a seguito dell’evoluzione degli armamenti. Nel 1509, però, quando era appena partito il piano di ristrutturazione delle difese con lavori di ampliamento di Castel San Felice, Verona fu assalita e cadde sotto il potere dell’imperatore Massimiliano d’Austria. Dopo la pace di Noyon, nel 1517, Verona tornò sotto la Serenissima e iniziò così il rinnovamento delle difese militari: le vecchie strutture si erano rivelate assolutamente inadeguate e inadatte alle nuove tecniche dell’arte militare.
In questo contesto si inserisce anche la costruzione del maestoso e ingegnosissimo bastione delle Boccare, una delle strutture circolari realizzate in quel periodo, senza dubbio la più grande e più elegante. Al tempo numerosi furono gli ingegneri militari coinvolti nell’opera fortificatoria, molti dei quali oggi sconosciuti, in quanto i loro nomi non vennero tramandati.
È sconosciuto anche l’autore delle Boccare; negli anni Sessanta si ipotizzarono i nomi di Michele Leoni e Teodoro Trivulzio, anche se studi successivi tendono ad escludere il Leoni, in quanto stilisticamente lontano dalle forme del bastione stesso. Strano destino, quello del bastione delle Boccare, dimenticato e di autore sconosciuto.
La costruzione dei bastioni circolari occupa un breve periodo nell’evoluzione bellica delle fortificazioni, nemmeno un decennio, dal 1520 al 1527, anno in cui si realizzano opere poligonali, quali il grande bastione delle Maddalene (1527) presso porta Vescovo, primo esempio di opera poligonale a Verona, un tempo attribuito al Sanmicheli e ora, con maggior certezza, riferito proprio a Michele Leoni, visto che il Sanmicheli iniziò la sua carriera di ingegnere militare a Verona solo dopo il 1530.
Le dimensioni dell’opera militare delle Boccare sono di tutto rispetto: lo spessore dei muri perimetrali, realizzati in cotto, è m 8,50 e il diametro esterno di m 53 circa
; oltre 35 m il diametro interno del grande vano, sostenuto da un pilone centrale di m 8,35 di diametro, con altezza della volta anulare a m 8,20. Il grande portale d’accesso, realizzato in bugnato, misura m 4,77 di larghezza e 7,00 di altezza. Per definire subito la forma della struttura interna si può pensare ad un gigantesco stampo da ciambelle, rovesciato. Lo spaccato della rondella è riportato in uno schizzo dovuto alla felice mano di Gianni Ainardi (scomparso nel maggio 2012), che ha realizzato infiniti disegni dell’evoluzione storico-militare della città.
Rondella della cinta magistrale di Verona, ultimo baluardo del sistema difensivo veneziano, il bastione ha ancora l’emblema di  Pietro Marcello, capitano a Verona tra il 1520 e il 1522. Ha probabilmente assunto il nome di bastione o rondella delle Boccare in riferimento alle 4 ampie aperture ellittiche presenti nella volta della rondella per lo sfiato dei fumi di sparo; più certo è il riferimento alle 4 boccare (cannoniere) semiovali che si aprono contrapposte alla base del muro perimetrale, che operavano il tiro di fiancheggiamento lungo il fossato scaligero già esistente.
Una così grande costruzione ha una storia bellica insignificante: sembra che da essa non vennero mai sparati colpi di cannone e l’opera si dimostrò in brevissimo tempo inadeguata al rapido mutamento delle tecniche belliche. Oggi, a ripensarci, verrebbe da dire… una spesa inutile e pazzesca! Va fatta una considerazione circa l’inutilizzo della rondella. All’interno del vano circolare si realizza un’acustica incredibile e perfetta, si crea addirittura un effetto eco, viste le dimensioni interne. Un colpo di cannone sparato da una delle 4 boccare semiovali avrebbe con ogni probabilità fatto saltare i timpani ai soldati presenti.
Ma proseguiamo col racconto. Dopo la caduta della Serenissima e il breve periodo napoleonico, (quando Napoleone, nei primi anni dell’Ottocento, iniziò l’opera di demolizione di molte fortificazioni veronesi, suscitò la fiera protesta e l’accanita opposizione della nobiltà veronese alla distruzione della rondella delle Boccare; per fortuna Napoleone tornò sulle sue decisioni) Verona è in mano austriaca fino al 1866. Intorno al 1840 venne avviato il restauro e la ristrutturazione della rondella. Col restauro ottocentesco la piattaforma superiore venne coperta da uno strato di terra battuta; venne costruita una polveriera, sotto il terrapieno, accanto al portale di ingresso, e venne realizzata una banchetta per i fucilieri, inserita nella parte alta del muro circolare che segue la curva della rondella, allo scopo di controllare la fascia collinare della Valdonega. Durante l’occupazione austriaca il bastione delle Boccare rappresenta un ottimo spazio coperto e sicuro, a prova di cannonate, e data l’ampiezza interna del pianoterra, circolare, viene utilizzato per far muovere i cavalli, facendoli trottare lungo la circonferenza, che ha uno sviluppo di oltre 100 metri.
La storia va avanti… nel 1932, durante il Ventennio fascista, viene costruito, con poco rispetto per la struttura veneziana, un grande complesso ospedaliero, che diventerà la Maternità di Verona. La nuova costruzione sorge proprio davanti al bastione, coprendolo totalmente alla vista e iniziando quel lento cammino che gradualmente porterà verso l’oblio il complesso veneziano. Una decina di anni dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’agosto 1943 viene redatto un progetto per realizzare un rifugio antiaereo atto ad ospitare i degenti e il personale dell’ospedale, con lo scavo di una galleria all’interno del muro perimetrale veneziano, spesso oltre 8 metri, più altre strutture quali forno da pane, gabinetti e stanze di accoglienza per i rifugiati. Nel settembre 1944 l’Amministrazione degli Istituti Ospedalieri redige un nuovo progetto dettagliato, in cui si prevede la costruzione di una sala operatoria, pronto soccorso, degenza operati, degenti maternità e reparto per il pubblico. Altre varianti saranno proposte nel marzo 1945, ma il progetto non verrà mai completato per il concludersi della guerra.
Qualche tempo dopo, con un intervento della Soprintendenza, viene rimossa la gran parte dei muri divisori e il bastione viene restituito alle forme interne originali.
Infine, nei lavori svolti a partire dai primi anni Sessanta, per la viabilità nel quartiere e per la costruzione di un campo giochi per bambini e di impianti sportivi (già in parte esistenti prima della guerra) si procede al parziale riempimento del fossato scaligero, seppellendo letteralmente il pianoterra del bastione, che oggi è visibile solo dall’interno. Poi il tempo, la vegetazione e la poca sensibilità hanno fatto si che oggi chi transita da via Ippolito Nievo nemmeno si accorge della presenza del bastione.
Ma qualcosa si muove. Nella primavera 2012 viene presentato un progetto di riqualificazione della struttura veneziana, promosso dall’Associazione Polisportiva Nievo, che già occupa una parte del fossato, a contatto con la rondella. C’è da sperare che il progetto restituisca sia ai veronesi che ai turisti un monumento di estremo interesse nell’ambito delle fortificazioni cinquecentesche, senza farlo diventare una struttura commerciale.

2° articolo –

Il forte …dimezzato
Scritto da  Maurizio D’Alessandro

Davanti ci passiamo spesso, chi per raggiungere l’ospedale, chi per attraversare la città senza incanalarsi nella circonvallazione a Sud. Ma non ci facciamo caso e l’unica cosa che realizziamo è il traffico e la strozzatura di porta San Giorgio (che in realtà si chiama porta Trento). Ma è lì, silente, esteso incredibilmente su una vasta area, per gran parte ignorato dai veronesi. Forse perché è una presenza…austriaca e molti ricordano questo scampolo di storia d’Italia solo come un periodo di occupazione, mal tollerata dal popolo.

Sto parlando del bastione di San Giorgio o, come comunemente viene chiamato, forte San Giorgio. Una struttura molto complessa, realizzata durante il periodo austriaco, nel corso della trasformazione di Verona in città-fortezza, caposaldo del famoso Quadrilatero, pochi anni prima dell’inizio delle guerre d’Indipendenza, che avrebbero portato all’Unità d’Italia.

Il forte venne ultimato in circa 18 mesi, tra il 1836 e il 1838, con il lavoro sia di maestranze militari austriache che di cittadini veronesi, assoldati alla costruzione del complesso militare. Era un’opera decisamente complessa e articolata, estesa fino al di là del muro veneziano e con molteplici strutture difensive. Il corpo principale era su due piani, costituito da una traversa casamattata (a prova di cannonate) posta grossomodo perpendicolare al fiume. La si può vedere molto bene passeggiando sul lungadige tra ponte Garibaldi e ponte Pietra, realizzato durante il periodo fascista negli anni 1934-36. Le altre strutture sono dislocate all’intorno e oggi risultano scarsamente leggibili ad un occhio poco attento. La mappa austriaca, rielaborata a colori per facilitare la lettura, fornisce una visione dettagliata di tutta la struttura.

Il forte, oggi come ieri, è letteralmente… in città. Venne posizionato in quest’area per assolvere ad importanti compiti: difesa ravvicinata della città sul lato N-E; controllo del fiume mediante due cannoniere, in caso di attacco con natanti; controllo della porta veneziana di accesso alla città e della Strada Postale per il Tirolo, ovvero la via che porta verso Parona e poi a Trento. Durante le guerre d’Indipendenza il forte non ebbe mai il battesimo del fuoco; rimase quindi intatto.

Ma la Storia va avanti… Verona, tardivamente, passa sotto il Regno d’Italia e dopo il 1866 la città si trova circondata e occupata da numerose strutture militari. Molte saranno utilizzate dall’Esercito Italiano, altre verranno radiate e molto spesso demolite, anche per la crescita stessa della città. Il nostro forte supera indenne questa fase, rimanendo pressoché uguale anche nelle parti in terra – lo documenta una foto del 1917, con i terrapieni ancora presenti sugli spalti.

Ma lo attende un destino avverso.
Negli anni del ventennio fascista si pone mano a molte opere di miglioramento della città stessa e al reimpiego delle vecchie strutture militari non più utilizzate. Nella zona di forte San Giorgio, tra il 1930 e il 1932, viene realizzata una struttura sportivo-ricreativa, Il Giardino della Vittoria, che ospita campi da tennis, uno spazio per pattinaggio e uno per il ballo.
Nella traversa del forte si ricavano spazi per un ufficio-spogliatoio per il tennis, si aprono porte e finestre modificando il muro originale; nella poterna d’ingresso si realizza una scala che sostituisce la pontara inclinata che facilitava l’entrata dei cannoni, montati su affusti con ruote.

Qualche anno dopo, nel corso della sistemazione degli argini del fiume, specie in riva sinistra, tra il 1933 e il 1936 vengono realizzati i lungadigi (quelli inclinati di circa 45°), che ora si prolungano da Parona fino a Castelvecchio e da ponte Garibaldi a ponte Pietra (quest’ultimo chiamato Lungadige del Littorio).

E il forte subisce la seconda violenza…: il piano campagna originario viene modificato, alzandolo di 2 – 3 metri; tutto il piano-terra della struttura finisce interrato e sparisce alla vista.
Non solo: nell’ottica di rendere il più possibile… elegante la passeggiata sul lungadige, si abbatte il muro del forte sul lato N-E, muro che chiudeva a fiume lo spazio interno del campo militare del forte. Della porta d’ingresso Nord, costruita in grossi blocchi in pietra e con un elegante arco, impiegando la tecnica del “bugnato” cara al Sanmicheli, resta un misero moncone, che si confonde con la vegetazione, cresciuta nel frattempo. Si abbatte anche parte del muro a fianco della torretta-cannoniera, per realizzare a fiume una terrazza-belvedere.

Ma non finisce qui.
Durante la Seconda Guerra Mondiale Verona, nodo ferroviario importante e crocevia sia nord-sud (da e per il Brennero) che est-ovest, viene bombardata pesantemente in quanto definita “bombing area” dagli eserciti americano e inglese. Nella seconda metà del conflitto, nei primi mesi del 1943, il forte e in particolare i sotterranei (galleria di controscarpa) sono adibiti a rifugio antiaereo, con una capienza di circa 500 posti. All’interno della galleria si costruiscono traverse in pietra, per smorzare l’eventuale onda d’urto generata dallo scoppio delle bombe e si apre un passaggio nel vallo stesso, per facilitare l’ingresso e l’uscita dal rifugio.

Finita la guerra, il forte diventa alloggio di fortuna per sfollati e senza casa. Ma l’utilizzo come alloggio-casa si prolunga oltre ogni dire e nel 1955 c’è ancora una famiglia che “abita al forte”. Ne è testimonianza un numero civico (il 4) ancora murato presso l’ingresso, ora sepolto.
Proprio per eliminare il problema di occupazioni abitative abusive si procede all’ultimo atto di… sepoltura del forte. Tra il ‘55 e il ’56 il fossato viene in buona parte interrato (vedi foto), per occludere ogni potenziale ingresso, occultando così tutta la struttura della galleria, già coperta dal terrapieno dei giardini Lombroso; le parti lungo le mura sono state fatte… sparire con la nuova viabilità. In via Ippolito Nievo, è stato interrato il fossato scaligero-veneziano e parte dell’area adiacente: sotto alcuni metri di terra sopravvive ancora la casamatta Nord del forte, come si può facilmente vedere dalla mappa austriaca.

E ora risulta chiaro il significato del titolo: il forte… dimezzato.

Tutto il piano-terra delle strutture austriache si trova coperto da alcuni metri di terra ed è visibile solo dall’interno. Sarebbe un sogno pensare che si provveda allo sterro ed alla messa in luce di almeno una parte di quanto sepolto, allora certamente con buone intenzioni, ma con un intervento oggi assolutamente discutibile, alla luce delle nuove tendenze sul recupero storico-culturale dell’esistente.
Per il momento, grazie al contributo del gruppo scout A.G.E.S.C.I – Verona 10, il forte è visitabile anche nei sotterranei (divenuti tali) la mattina di ogni seconda domenica del mese.

3° Articolo  

Il teatro… che non c’era
Scritto da  Maurizio D’Alessandro

Intorno alla seconda metà dell’Ottocento, chi si fosse trovato a transitare lungo l’Adige, a piedi o in carrozza, dalla ex-chiesa del Redentore (soppressa nel 1806, sconsacrata e trasformata in teatro, cinematografo e oggi in pizzeria) verso Ponte Pietra, avrebbe visto una lunga serie di caseggiati, qualcuno un po’ fatiscente, allineati alla base della collina di Castel San Pietro.

La striscia di case era interrotta da una piccola piazzetta sub-circolare che,in lieve pendenza, saliva verso la chiesetta di San Siro e Libera, già edificata nel X secolo e successivamente modificata e ampliata a partire dal XVII secolo, durante il periodo veneziano. Intorno al 1700 alla facciata venne aggiunta una doppia scalinata in marmo,che la raccordava alla piazza mediante quattro rampe.
Due secoli dopo, intorno al 1890, l’accesso alla piazzetta era stato modificato con la realizzazione di una serie di scalinate, due parallele alla strada e contrapposte, la terza dritta verso collina, a guisa di cortina di separazione tra la viabilità sul lungadige e la sacralità del luogo.

E il Teatro Romano?
Il teatro non c’era, o meglio c’era ma quasi nessuno lo sapeva e forse chi lo sapeva faceva finta… di non saperlo.

L’antica struttura originale romana, attribuibile alla seconda metà del I secolo a.C., aveva subito nel corso dei secoli sia spoliazioni sia crolli e ciò che era rimasto era stato lentamente coperto da nuove costruzioni, che finirono per occultare completamente il teatro agli occhi dei veronesi.
A dire il vero, qualcuno si era reso conto che qualcosa si celava sotto le case. Un certo G. M. (forse Gian Maria) Fontana, proprietario di parte dell’area sotto la qualesi celava il teatro, a seguito della scoperta casuale di alcuni reperti antichi venuti alla luce durante dei lavori, iniziò una prima fase di scavi intorno alla metà del Settecento
(la casa Fontana oggi è il piccolo edificio utilizzato come ingresso-portineria del teatro).
La ricerca però si arresta e trascorre più di mezzo secolo prima che qualcun altro, cosciente di cosa si nascondeva sotto le case e spinto da un ‘sacro furore culturale’, decidesse di impiegare le proprie ricchezze e dedicare la vita a mettere in luce i resti del Teatro Romano, restituendo alla città la grandezza e le memorie storiche e culturali del colle di San Pietro.

Questo qualcuno è un veronese il cui peso storico, per ironia della sorte, ricalca un po’ le vicende del teatro, ovvero viene quasi del tutto dimenticato: Andrea Monga.
Il Monga (1794-1861) possiede una particolare predisposizione per l’arte e l’architettura, tanto che fin da giovane si dedica all’edilizia, alle costruzioni e al patrimonio storico-culturale della città: uno dei primi interventi è finalizzato al recupero della cappella di Sant’Elena, presso la chiesa di Santa Maria in Organo, allora quasi sepolta da altri edifici.
Proveniente da un’agiata famiglia di commercianti e proprietario di alcuni immobili sull’area dell’antico teatro, acquista alcune case adiacenti allo scopo difareseguire degli scavi sistematici.

È il 1834: l’anno successivo iniziano i saggi di scavo.
Incoraggiato dai primi risultati, impiega il suo capitale per successivi acquisti, per un totale di circa 40 abitazioni (il numero esatto sembra essere 36). I lavori si protraggono per un decennio, fino al 1844: dopo l’abbattimento delle casette sorte sull’area, inizia lo scavo che scopre e restituisce la grande intercapedine che separa il complesso del teatro dalla collina, ritrova all’interno del convento dei Gesuiti i resti dell’ambulacro, riporta alla luce i due scaloni laterali, parte della cavea e dell’Odeon, edificio simile ad un teatro, ma coperto e riservato ad audizioni musicali, posto in piazzetta Martiri della Libertà. Individua inoltre la funzione di raccordo tra le recinzioni della scala posta nella grotta di San Siro.
Un lavoro che, riferito al tempo, può definirsi ciclopico. In questo suo vasto operato, il Monga presenzia sempre agli scavi e ne rileva i disegni e gli stati di avanzamento dei lavori. Prezioso è anche l’aiuto di Gaetano Pinali, un avvocato veronese appassionato di architettura e archeologia.
In quest’opera colossale e decisamente onerosa, il Monganon ottiene l’aiuto di alcuno (salvo il Pinali), anzi, viene spesso ostacolato dalla popolazione, che si vedeva cacciata dalle proprie abitazioni e non comprendeva, anche per lo scarso senso civico, unito a poca o nulla cultura, l’opera che il munifico commerciante portava avanti con tenacia e passione. In questo contesto, gli elogi ricevuti da illustri studiosi e archeologi italiani e stranieri non riescono ad evitargli le infinite contrarietà e quello scoramento che lo consumano e ne incrinano la forte tempra.
Dopo aver profuso i suoi sforzi nel recupero culturale della città e aver impiegato a tal scopo le sue ingenti ricchezze e le sue energie, Andrea Monga muore per una polmonite nell’aprile del 1861, a circa 67 anni. La cittadinanza ignora la sua scomparsa: solo tre cittadini accompagnano il feretro all’ultima dimora: il professor Franco, l’ingegner Storari e l’architetto Zannoni.Uno scrittore che ebbe modo di conoscere Andrea Monga, Pietro Sgulmero, scrisse che la sua era «una di quelle spese ingenti che facevano i Principi di una volta e che fanno di rado i governi d’oggi».
La scomparsa del mecenate, fortunatamente, non blocca i lavori e le ricerche sul teatro: il figlio del Pinali, Francesco, dopo la scomparsa del padre, prosegue l’opera fino al 1884, anno della sua morte
.
Questa volta i lavori si fermano per davvero. Sarà il Comune di Verona, grazie all’amministrazione Guglielmi-Franchini e all’aiuto prezioso della Cassa di Risparmio, a continuare il lavoro iniziato quasi due secoli prima dal Fontana e poi dal Monga. Nel 1904 il Comune acquisisce dagli eredi di Andrea Monga l’intera area teatrale e gli altri edifici che v’insistevano, come pure la collezione archeologica dei reperti ritrovati, con elementi architettonici e decorativi della scena teatrale ed epigrafi.
I lavori di scavo riprendono nel biennio 1904-1905 sotto la guida di Ricci e Ghirardini, con la messa in luce dell’intera cavea e proseguono fino al 1914, sotto la direzione dell’Ufficio Tecnico Municipale. Vengono ricomposte la prima gradinata e le dieci arcate della loggetta.
Più tardi (fine degli anni Trenta) viene scavata la fossa scenica, definita per intero negli anni 1970-1971.

E il Teatro Romano ritorna a vivere…

Il Teatro Romano su wikipedia

Segnalazione utente: il lato negativo

Segnalazione pervenutaci da una gent. Signora  che, vivendo nei pressi della mensa della S. Vincenzo, lamenta quanto segue:

Gentile redazione,

ho letto il vostro articolo sulla mensa della San Vincenzo in via Prato Santo e non posso fare a meno di intervenire. L’iniziativa è meritevole, ma personalmente mi auguro che venga interrotta quanto prima.

Il problema è che parte dei beneficiari di questo caritatevole servizio, non avendo evidentemente nient’altro da fare, decidono di stazionare per gran parte della giornata lungo l’intera la via, e in particolare sui gradini di casa mia, dove si intrattengono fumando, bevendo alcolici e litigando l’uno con l’altro.

In qualsiasi momento della giornata si decida di uscire di casa o di rientrarvi, dobbiamo farci strada tra fitti gruppi di queste persone, oppure tra i resti dei loro pasti, lattine di birra, cartoni di vino, mozziconi di sigaretta ecc.

Non è insolito ricevere frasi offensive e lancio di oggetti e capita anche di vedere qualcuno urinare contro il muretto della casa di fronte o fare dell’altro nei giardini delle case circostanti. Per mesi l’ascensore del mio condominio è stato inutilizzabile perchè usato come toilette da qualcuno di questi personaggi che in qualche modo riusciva a entrare dal cortile.

Questa situazione va avanti ormai da anni e tutti i residenti della via sono ormai all’esasperazione. Una mia vicina che coraggiosamente tenta di allontanarli è regolarmente oggetto di insulti e minacce.

I vigili, presenti soltanto all’entrata e all’uscita dalla mensa, sono chiaramente impotenti di fronte a questa massa di gente e ci confermano che l’unica soluzione sarebbe la chiusura della mensa stessa.

Mensa che peraltro “aiuta” per lo più persone che arrivano dotate di alcolici, sigarette e cellulare e che forse avrebbero bisogno di aiuti di altro genere.

Direi che il sindaco Tosi, che tanto sbandiera il lavoro della sua giunta per la sicurezza della nostra bella città , dovrebbe prestare maggiore attenzione alla vivibilità di un quartiere a due passi dal centro.

Resto a disposizione per ulteriori informazioni e ringrazio per l’attenzione.

Cordiali saluti. (Lettera firmata)

Segnalazione utente: Via Todeschini sacrificata a parcheggio

Una gentile visitatrice del nostro sito, con mail firmata, ci sottopone questa considerazione

"Questa mattina, causa
potature piante,via todeschini presentava solo due
file di auto parcheggiate lungo i marciapiedi,
come una volta, prima del restringimento delle
aiuole. era bellissima. sembrava di poter
respirare. complimenti a chi l’ha sacrificata a
infelice parcheggio"

Segnalazione utente: dissesto pavimentazione P.zza V.Veneto

Un cortese visitatore con lettera firmata ci segnala quanto riportato di seguito:

Egr. Sigg.ri,
mi rivolgo a questa associazione per far conoscere il mio disappunto in relazione alla pavimentazione in marmo realizzata pochi anni fa in piazza Vittorio Veneto. Dopo qualche mese dall’ultimazione dei lavori si sono verificate parecchie rotture dei quadrotti posati. Oggi a distanza di qualche anno, in realtà pochi, la pavimentazione dei giardini è degradata in maniera impressionante: è sconnessa e più della metà  delle pietre è rotta. Mentre la pavimentazione dei marciapiedi di via IV Novembre, eseguita antecedentemente, è ancora perfettamente conservata, mi piacerebbe capire il perchè del disastro della piazza. Nessuno ha protestato ?
Grazie.